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Come aumentare le probabilità di trovare lavoro?

Business men closing deal with a handshakeQuando gli studenti arrivano al primo giorno dell’ultimo anno di scuola, dopo il discorso sul terribile esame di maturità, non succede quasi più nulla che riguardi il loro futuro. Raramente si parla della scelta che dovranno affrontare da lì a poco.

La prima tranche di welcome day per le università e le prime domande su cosa si può fare se non si vuole continuare a studiare.

L’idea, spesso raccontata nei bar, che troppi ragazzi studiano, è quanto di più falso: meno di un diciannovenne su tre inizia l’università e gli immatricolati calano di anno in anno. A confronto con gli altri paesi Europei arriviamo ultimi con il 20% di laureati tra i 25-34 anni contro il 37% media OCSE.

I più previdenti diranno che loro pensavano a cosa avrebbero fatto ben prima che qualcuno bussasse alla porta della loro scuola: ma questo succede prevalentemente sotto influenza del contesto familiare e sociale di provenienza che è ancora determinante per la scelta del percorso di studi fin dalla scuole superiori.

Inizia da qui il baratro delle domande inevase. I dubbi si moltiplicano ed esistono raramente percorsi che accompagnino gli studenti verso una scelta consapevole.

Tuttavia il cruccio di lavorare al termine dei propri studi esiste eccome. Anche in questo caso però c’è qualche mito da sfatare.

Se è vero che la disoccupazione giovanile nel 2014 ha toccato il 32% tra i 15 e i 29 anni, chi ha una laurea (18% disoccupati) si difende meglio di chi ha un diploma (30% disoccupati) o una licenza media (48% disoccupati).

I dati Almalaurea rivelano che, a cinque anni dal titolo, sia il 90% dei laureati ad avere un’occupazione, ovviamente le percentuali cambiano molto in base al settore disciplinare.

Ad un anno dal titolo il 39 % dei laureati triennali ha un lavoro stabile o autonomo, ma già a cinque anni le percentuali crescono fino al 74%.

Un po’ meglio per i laureati a ciclo unico e un po’ peggio per quelli magistrali.

Negli ultimi sei anni l’occupazione è crollata di 10 punti e, anche se il titolo aiuta a non rimanere indietro, la coerenza con il proprio percorso di studi a cinque anni non è garantita. Difficile, soprattutto all’inizio, lavorare nel settore per cui si è studiato.

Più di qualcuno imputa alla difficoltà di assorbimento nel mondo del lavoro la sua scarsa commistione con il mondo accademico. E’ certamente vero che stage e tirocini siano strumenti fondamentali per creare quel ponte formativo e di inserimento nel percorso lavorativo. Tanto da far risultare che, chi ha svolto tirocini, ha il 10 per cento di possibilità in più dei colleghi di trovare un’occupazione. Le percentuali migliorano di due punti se ci si concentra su coloro che hanno svolto stage dopo la laurea e di dodici punti se circoscriviamo ancora l’attenzione intorno a quelli che non lavoravano prima di svolgere un tirocinio post laurea.

Gli Atenei però sono scarsamente attrezzati per procurare tirocini formativi quando non sono obbligatori o inseriti nel piano di studi e spesso gli studenti tendono a sostituirli con crediti formativi aggiuntivi. La situazione non migliora certo se si parla di job placement che spesso si riduce ad un unico ufficio e una principale attività: i job day. Sono giornate affollate di stand aziendali spesso poco utili per orientare e far conoscere le alternative di lavoro.

giovanilavoQuesto non deve far pensare che la frase che pronunciò – non per prima e non per ultima – la ex ministra Carrozza “Non voglio che gli studenti italiani arrivino a 25 anni senza aver mai lavorato un solo giorno nella vita” abbia solide basi.

Seppure in calo rispetto agli scorsi anni, plausibilmente attribuibile alla crisi occupazionale recente, è il 68 % degli studenti ad aver svolto un attività lavorativa durante gli studi e l’8% di essi dichiara di averlo fatto a tempo pieno.

Altri fattori, inoltre incidono positivamente: chi partecipa a programmi europei riconosciuti come quello Erasmus, incrementa di 22 punti percentuali le proprie possibilità di lavoro rispetto ai colleghi. Anche se la chance di partecipare è sempre più legata alle risorse della famiglia siccome, soprattutto per alcune mete, il valore della borsa è insufficiente, e partire è una opportunità in più che non tutti gli studenti possono permettersi.

Chi va all’estero per lavorare rappresenta il 5% degli occupati dopo il primo anno. Sono coloro che avevano voti più alti della media e che trovano fuori dai confini nazionali un lavoro più stabile, meglio retribuito (anche se con costi di vita più elevati) e prevalentemente lavorano, caso strano, nei settori di istruzione ricerca e commercio.

Le note più dolenti però devono ancora arrivare.

Nonostante le donne rappresentino il 60% dei laureati e giungano prima alla laurea hanno ancora il 10% in meno di probabilità rispetto agli uomini di trovare un’occupazione. I dati mostrano una maggiore soddisfazione delle donne rispetto al lavoro che fanno e all’utilità della propria professione, ma sono gli uomini a ricevere maggiori gratificazioni rispetto alla prospettiva di guadagno, di carriera e di prestigio sociale derivante dal loro mestiere.

La spaccatura più profonda, però, è tra Nord e Sud. Il calo di iscritti si concentra negli atenei del Meridione ed è evidente il crescente depauperamento di risorse economiche e intellettuali, drammatica la situazione rispetto agli sbocchi occupazionali. A parità di condizioni infatti, chi è residente nel nord del paese ha il 60 per cento in più di possibilità di lavorare.

Purtroppo è abbastanza probabile che queste ultime considerazioni non stupiscano.

E’ evidente che chi sostiene che studiare non serva a nulla è perlomeno in malafede. Sembra chiaro che mescolare le proprie esperienze di studio con esperienze di vita e di formazione professionale non può che essere una buona scelta, anche se troppo spesso legata alle possibilità economiche della famiglia. Confermate e aggravate le disuguaglianze di genere e di provenienza territoriale, alle quali una risposta politica e culturale forte è dovuta.

imagesViviamo un Paese senza un tessuto produttivo capace di valorizzare le competenze, in cui le aziende investono poco o niente in ricerca e sviluppo e non sono in grado di servirsi del già scarso patrimonio di lavoratori con un alta formazione che sempre più spesso, non per scelta, scappano per non tornare.

Un Paese che non ha ancora capito quanto strategico sia il tema della formazione e che sceglie di abbandonare al declino e alla desertificazione una parte di esso, senza immaginare che, prima o poi, ne patirà irrimediabilmente anche l’altra.

Una società che non si avvantaggia delle conoscenze che accumula, sia culturalmente che economicamente, è destinata a perdere la scommessa sul proprio futuro.

Spetta a noi il compito di non adeguarci e formulare le giuste proposte.

♦ Rebecca Ghio – Coordinatrice nazionale della Rete Universitaria Nazionale

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