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Scuola, fase C: si utilizzerà un diverso algoritmo per le immissioni in ruolo

Senza-titolo-1_s copiaLa cd. “fase B” del piano di assunzione previsto dalla “Buona Scuola” si è conclusa, non senza polemiche. Poca trasparenza, infatti, nelle procedure di “reclutamento” degli insegnanti. Adesso, però, le preoccupazioni dei restanti candidati sono rivolte all’ancor più controversa fase C, mediante la quale verranno assegnate circa 55.000 cattedre.

Se la mancata pubblicazione della graduatoria nazionale ha gettato parecchie ombre su una procedura poco trasparente, per la fase C la situazione sarebbe ancora peggiore, essendo ulteriormente aggravata dall’utilizzo di un diverso algoritmo per effettuare le immissioni in ruolo.
Al MIUR intenderebbero applicare criteri diversi da quelli prescritti dalla legge 107/95, inserendo i candidati “a pettine” nella prima provincia indicata e in coda nelle successive 99. In tal caso, il fattore discriminante non sarebbe, quindi, il punteggio maturato e difficilmente chi come prima scelta non ha “indovinato” la provincia giusta avrebbe delle possibilità di essere assunto in una delle restanti province.
Anche per la fase C, invero, la legge 107/95 prevede la costituzione di un elenco nazionale graduato in base al punteggio degli iscritti, con un ordine di province espresse in qualità di preferenze.

Le aspre polemiche che sono sorte si giustificano in quanto non è dato comprendere a fondo quali siano le effettive motivazioni per cui per il MIUR alcuni soggetti debbano essere trattati con una procedura nazionale durante la fase B e con una procedura, prima provinciale, e poi nazionale durante la fase C.

Fase C che, proprio in virtù della sua dimensione nazionale di natura straordinaria, onde evitare discriminazioni, dovrebbe prevedere un’unica graduatoria nazionale per classe di concorso definita esclusivamente in base al punteggio.

Sul sito del Miur, dove per la fase C si fornisce la stessa interpretazione riportata a proposito della fase B, non è indicato che il candidato sarà assunto nella prima provincia indicata, bensì nella provincia “nella quale siano disponibili posti di potenziamento per l’insegnamento per cui concorre […] individuata scorrendo l’ordine di preferenza indicato nella domanda”.
Dunque, all’interno di una procedura che ha visto coinvolti più di 70.000 docenti, è, evidentemente, subentrato un mutamento d’indirizzo politico che ha disorientato le scelte dei partecipanti, determinando diverse chiavi ermeneutiche di lettura.
Non aiuta nemmeno, in tale vicenda, l’atteggiamento dei sindacati, che appare quantomeno timido. Sarebbe lecito, infatti, attendersi una presa di posizione netta e chiara, al fine di evitare che la procedura venga “viziata” da illegittimità e carenze di trasparenza.

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