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Abilitazione forense, Bonafede citato davanti al Presidente della Repubblica

abilitazione forenseDepositato il ricorso al Presidente della Repubblica che contesta l’esame di abilitazione forense e chiama in causa il ministro della Giustizia Bonafede affinché consenta a migliaia di ragazzi rimasti esclusi di abilitarsi alla professione e, al contempo, provveda a riformare l’intera procedura di abilitazione che, oltre a essere eccessivamente complessa e anacronistica, non è affatto meritocratica e non rispetta i principi costituzionali, né tantomeno quelli elaborati dall’Unione Europea.

L’Aipavv, l’Associazione italiana praticanti avvocati, ha deciso mesi fa di intraprendere una vera e propria battaglia legale contro l’attuale impostazione dell’esame di abilitazione alla professione forense, per violazione dei vincoli comunitari e per il mancato rispetto della cosiddetta libertà professionale e di concorrenza, introducendo ostacoli ingiustificati all’accesso al lavoro. E per farlo ha affidato l’azione ai legali dello studio Leone-Fell, prima law firm in Italia per numero di ricorsi amministrativi, specializzata in class action e azioni legali a tutela del diritto di studio e del lavoro.

“Ci aspettiamo non solo una grande vittoria per tutti coloro che hanno deciso di aderire a questo mezzo di impugnazione – precisa  Artan Xhepa, presidente Aipavv –  ma ci aspettiamo soprattutto che da questa vittoria nasca un serio e reale progetto di riforma dell’esame di Stato. Abbiamo voluto ricorrere dal presidente della Repubblica perché è il difensore della nostra Costituzione e Repubblica, visto che ultimamente come categoria siamo i più discriminati”.

“Con il ricorso al Presidente della Repubblica – spiegano Francesco Leone, Simona Fell e Raimonda Riolo, avvocati dello studio Leone-Fell che hanno patrocinato il ricorso – si critica, da un lato, la struttura dell’esame di abilitazione e, dall’altro, il conseguente percorso “ad ostacoli” che un giovane laureato in Giurisprudenza deve intraprendere per diventare avvocato. Problematiche queste ultime che sono divenute insopportabili al sorgere dell’emergenza Covid, durante la quale i praticanti avvocati, a differenza delle altre categorie, non hanno potuto beneficiare di alcuna agevolazione e oggi vedono sospeso sine die il loro futuro professionale (con il decreto del 10 novembre, il Ministero ha slittato a data da destinarsi lo svolgimento della prossima sessione di esame, ndr)”.

A ciò si va aggiunto che l’attuale metodo di abilitazione riesce a penalizzare gli aspiranti (poi “neo”) avvocati sia sul piano nazionale che, ancor di più su quello europeo: si crea una concorrenza sleale tutta a favore dei giovani legali europei che, vantando percorsi di studio ed esami più agevoli di quelli “nostrani”, si abilitano e accedono al mercato in tempistiche assai più brevi di quelle italiane. Tali circostanze si riflettono disastrosamente sulle stime riguardanti i guadagni degli avvocati europei che vedono sempre in coda i legali italiani.

“Partendo tali considerazioni – precisano i legali – il ricorso ‘suggerisce’ al legislatore italiano di conformarsi alla normativa europea e di eliminare, quindi, quegli ostacoli irragionevoli e ingiustificati all’accesso al lavoro e alle professioni in generale, tra i quali, per le modalità con cui è congeniato, rientra senza dubbio l’esame di abilitazione forense”.

La stessa normativa europea prevede infatti che i percorsi abilitativi non abbiano misure eccessivamente rigide proprio perché si tratta di abilitazioni e non di concorsi.

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